Anche quando è positivo, l’ageismo visivo è sempre dannoso

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Presentare le persone anziane come giovani è un’immagine irrealistica che condiziona la percezione di chi guarda

Loredana Ivan, professore associato del College of Communication and Public Relations presso l'Università Nazionale di Studi Politici e Pubblica Amministrazione di Bucarest, in Romania

Ogni volta che la rappresentazione di persone anziane nei media ci ha fatto sentire a disagio non avevamo un modo per dirlo, ma adesso sì. È "ageismo visivo". La definizione deriva da una nuova ricerca condotta da Loredana Ivan, professore associato del College of Communication and Public Relations presso l'Università Nazionale di Studi Politici e Pubblica Amministrazione di Bucarest in Romania e Eugène Loss, professore associato di Diritto, Economia e Governance dell’Università di Utrecht nei Paesi Bassi.

Insieme hanno firmato un lavoro intitolato: “Visual Ageism in the Media” (Ageismo visivo nei media). Nel corso della nostra chiacchierata, la professoressa Ivan ha rivelato angoli totalmente inaspettati alla nostra immagine della società.

La definizione di "età visiva" è molto interessante. Puoi dirci di più a riguardo?

L'ageismo visivo è un concetto che finora è mancato nella letteratura. Dall'avvento del termine "ageismo" nel 1969, l'attenzione è sempre stata rivolta agli stereotipizzazione sistematica, alla discriminazione e al modo in cui questo tipo di comunicazione si diffonde tra la popolazione. Il nostro interesse, invece, era focalizzato sulla rappresentazione delle persone anziane nei media visivi. L’ageismo visivo, in particolare, descrive la pratica sociale di sottorappresentare o rappresentare in modo pregiudicante le persone vecchie.

Come siete arrivati a questa definizione?

Abbiamo preso in considerazione la stampa e la pubblicità televisiva e i programmi tv. Il contenuto dei media è un riflesso continuo delle pratiche sociali e influenza le interazioni quotidiane. Per un ricercatore, è anche un modo per studiare la logica secondo cui avviene la costruzione sociale dell'invecchiamento.

Abbiamo studiato la rappresentazione della terza e della quarta età e abbiamo notato certe modalità ricorrenti. Gli anziani sono raffigurati in ruoli marginali o secondari senza attributi positivi o con un focus su alcune caratteristiche, i loro ritratti sono non realistici, esagerati o distorti. Classico caso lo stereotipo dell'adolescente, ma con i capelli grigi.

Queste immagini sono sempre un po’ inquietanti, ma è difficile capire perché. Puoi chiarire il loro messaggio nascosto?

Presentare le persone vecchie come giovani non solo è un'immagine irrealistica, ma mette molta pressione sullo spettatore più anziano. Questo tipo di immagine dice che c'è qualcosa di buono solo in un corpo e in una faccia più giovani, ma non si può essere adolescenti per sempre.

Pur non essendo un’immagine realistica, invia anche un messaggio più sottile, perché implica che l'incapacità di aderire agli stereotipi di un aspetto giovane è una responsabilità dell'individuo. Mentre la verità è che la capacità di prendersi cura di se stessi è una conseguenza delle forze sociali che, per esempio, spingono i lavoratori più anziani fuori dal mercato del lavoro o tendono ad impoverire le lavoratrici.

Quindi, anche quando appare come un'immagine positiva, l'ageismo visivo è sempre dannoso, perché è un ostacolo alla possibilità di pensare all'invecchiamento in modo più obiettivo per l'individuo e in modo più orientato alla progettualità per i responsabili politici.

Ci sono altre implicazioni?

Sì. Pensa a come le persone anziane sono raffigurate nei media visivi: sono in coppia, sono felici, in salute e godono la vita. Ma non tutti sono in coppia o hanno le risorse per viaggiare; per non parlare del predominio della presenza di persone bianche nelle immagini.

Inoltre, in Occidente, l'ideologia dell'invecchiamento sta mettendo sotto pressione l'individuo e porta a una marginalizzazione del processo di invecchiamento con l'esclusione dei vecchi, specialmente quelli che non sono più in grado di godere del cosiddetto “invecchiamento di successo”. Questa scelta iconografica fa sì che non vengano presi in considerazione i diversi modi in cui le persone apportano un significato nelle loro vite quando invecchiano.

Pensi che l'ageismo visivo ci condizioni a pensare all'invecchiamento in un certo modo?

Gli studi sui media si concentrano sul contenuto e generalmente non prendono in considerazione la reazione del pubblico. Non sappiamo con certezza se influenza la percezione, perché c'è una lacuna nella ricerca. Ma credo che ci possa essere una sorta di condizionamento: quando chiediamo a qualcuno di disegnare persone anziane, anche i disegni dei bambini riflettono gli stereotipi.

Le persone vecchie sono rappresentate come fragili, malate o, in caso di aspetti positivi, mentre preparano il cibo per gli altri. Ma c'è di più: se chiediamo alle persone anziane di disegnare se stesse, le immagini sono auto-stereotipate. Ciò che sorprende è che prevalgono gli aspetti negativi e sono più presenti  nella terza età. Gli adulti nella quarta età, invece, continuano a essere sotto-rappresentati e ci sono evidenze di una tendenza all’auto-ageismo fra le persone della terza età che non vogliono essere associate alla fascia d'età successiva.

La tua ricerca si è occupata di studi sui media tradizionali. Hai la sensazione che internet stia seguendo le stesse "regole"?

Non ci sono molte ricerche disponibili per il web. Ma le riviste e le serie tv si sono spostate online, portando con sé le loro regole. C'è un'interazione tra vecchi e nuovi media e il risultato, alla fine, è ancora meno regolamentata rispetto ai media tradizionali. Mentre un gruppo può opporsi a una comunicazione ritenuta offensiva, non possediamo uno specifico codice di comportamento per la rappresentazione delle persone vecchie.

Quale potrebbe essere un modo migliore per rappresentare gruppi di persone vecchie nei media?

Suggeriamo di contrastare l'ageismo visivo con il concetto di "Design per la diversità dinamica", un approccio sviluppato da Peter Gregor e Alan Newell dell'Università di Dundee. Applicato a questo scenario, implica l'uso di una molteplicità di immagini e di immagini più sfumate per combattere l'eccessiva omogeneità nella rappresentazione degli anziani. Molto semplicemente: inclusione e diversità potrebbero essere un modo per ridurre l’ageismo visivo in un periodo di crescente longevità.