Mettete in discussione l’ideologia dell’età

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La discriminazione nei confronti dell’età è radicata nel nostro modo di pensare a noi stesse

Tracey Gendron, interim chair e professore associato presso il Dipartimento di Gerontologia del College of Health Professions presso la Virginia Commonwealth University di Richmond, Virginia, negli Stati Uniti

Siamo sempre molto sensibili e attente alla discriminazione e sappiamo come riconoscerla quando riguarda la razza, il genere e le variabili socioeconomiche. Poi, senza rendercene conto, abbiamo dei pregiudizi nei confronti dell’età. Siamo così “brave” a farlo, perché ci alleniamo tutto il tempo. Per esempio, ho trovato abbastanza stupefacente notare la povertà di termini di una lingua solitamente ricca. Invecchiare ed essere vecchi fanno parte di un macrocosmo indifferenziato, dove predominano però connotazioni negative. Basta aprire un dizionario per rendersene conto: ci si trovano termini come “decrepito”, “fossile”, “stanco”, “debilitato”, “inattivo”, giusto per citarne qualcuno e - personalmente - non mi sento in alcun modo così.

All'inizio, ho pensato che è perché non possediamo un modo piacevole per riferirci a questa parte della nostra vita, ma questa è solo una parte della storia. E’ così che ho contattato Tracey Gendron, MSG, Ph.D. Gendron è Interim Chair e professore associato del Dipartimento di Gerontologia. Il professor Gendron lavora al Dipartimento di Gerontologia del College of Health Professions alla Virginia Commonwealth University di Richmond, in Virginia, negli Stati Uniti. La sua ricerca è focalizzata sull’ageismo, cioè la discriminazione basata sull’età. Ecco la nostra conversazione.

Quali sono le radici dell’ageismo?

Viviamo in un periodo di crescente longevità che non ha precedenti. Non è mai successo nella storia vivere così a lungo e in modo così sano come succede oggi. Poiché la vita media era molto più corta in passato, non abbiamo avuto bisogno di prestare attenzione verso la discriminazione delle persone anziane. Come siamo diventati una società che discrimina nei confronti dell’età? Le radici di questo fenomeno sono complesse e varie. Nel suo libro “The Longevity Economy” (L’economia della longevità), Joseph Coughlin ripercorre i fattori sociali, politici e storici che hanno influenzato l’avvento dell’ageismo.

Le ragioni, giusto per nominarne qualcuna, comprendono un cambiamento sociale verso la produttività e la mobilità durante la rivoluzione industriale; la nascita delle pensioni e dello stato sociale negli anni Trenta, l’istituzionalizzazione della pensione come età nella vita negli anni Sessanta, il marketing della bellezza degli anni Ottanta e il cambio della struttura familiare (da nuclei multi-generazionali a nuclei familiari in cui di solito i genitori anziani e il nuovo nucleo familiare sono separati). Infine, nel conto entra anche la bio-medicalizzazione dell’età ed è così che vediamo l’invecchiamento come una malattia da trattare o un problema da curare.

C’è una crescente consapevolezza verso la discriminazione, perché non si applica anche all’età?

L’ageismo è spesso sottovalutato perché è normalizzato fino al punto di diventare invisibile: non lo vediamo, perché non prestiamo attenzione. Siamo così abituati a sottovalutare cosa significa essere vecchi che lo accettiamo come un fatto dell’esistenza. L’ageismo è così profondamente incorporato nel nostro modo di pensare a noi stessi e al mondo che ci circonda che è diventato un elemento normale del nostro quotidiano. È facile accettare qualcosa che non si vede veramente.

Viviamo in un tempo in cui il termine anti-age è accettato e parte del linguaggio corrente. Non solo è accettato, ma siamo convinti che il “modo sano” di invecchiare è sembrare o comportarci come se non fossimo invecchiati per nulla. Tutti questi elementi, dunque, spiegano perché l’ageismo non è ancora stato messo in discussione allo stesso modo del sessismo e del razzismo.

Quali sono le forme di comunicazione negative più comuni legate all’età che hai scoperto?

Le forme di comunicazione più comuni e pericolose legate all’età sono quelle auto-dirette. Cioè, commenti come: “Non sono vecchio, sono maturo” ci fanno escludere coloro che percepiamo come vecchi rispetto ai giovani. Inoltre, possediamo molte nuance concettuali per parlare in modo discriminatorio dell’età, come biasimare l’età, prendere in giro l’età, internalizzare la discriminazione basata sull’età, il micro e il macro-ageismo. Tutti queste differenti forme di linguaggio rappresentano il modo in cui parliamo di noi stessi e degli altri.

Per esempio, prendiamo la domanda: “Quanto ti senti vecchio?”. La sentiamo spesso e ci scopriamo a rispondere: “Mi sento o non mi sento vecchio”. Considerato che invecchiare è un costrutto multidimensionale e multidirezionale, cosa significa “vecchio” veramente? Penso che quello che chiediamo con questa domanda è quanto malati, fragili o debilitati ci si senta, mentre invecchiare o essere vecchi implica crescita, adattamento, mantenimento insieme, ovviamente, a un declino fisico. Quindi, quando chiediamo quanto ci si senta vecchi, quello che intendiamo veramente è quanto "deboli e dunque stiamo disegnando un’immagine unidimensionale che ignora tutte le altre variabili relative a invecchiare ed essere vecchi che hanno a che fare, invece, con la crescita e lo sviluppo.

Cosa si potrebbe fare per mettere in discussione cambiare questa prospettiva?

La soluzione per mettere in discussione la nozione di stereotipi negativi è legata a doppio filo con la necessità di migliorare la conoscenza della maturità come un periodo di significato e di sviluppo. Invece di guardare ai vecchi unicamente come sinonimo di declino, è ora di concentrarci su tutti modi in cui cresciamo e impariamo, abbiamo uno scopo nelle nostre giornate e occasione di essere una parte vitale e necessaria delle nostre comunità. Infatti, quando chiediamo alle persone se vogliono essere una versione più felice di se stesse, meno preoccupate di quello che pensano gli altri e in grado di godersi di più la vita, rispondono tutti di sì, senza rendersi conto che questi sono attributi positivi collegati all’età.

Quali azioni positive possiamo intraprendere per contrastare, invece, la tendenza all’ageismo?

Credo che le donne debbano scegliere la propria definizione di bellezza. L’industria dell’anti-age è basata sul fatto di far vergognare e definire in modo limitato che cosa sia la bellezza che, appunto, corrisponde con un aspetto giovane. Possiamo scegliere di trovare belli i capelli grigi, possiamo scegliere di vedere le rughe come un segno di bellezza e delle esperienze vissute.